Se incontri il Buddha per la strada, uccidilo!

Questa mattina voglio condividere con voi una riflessione che ho avuto mentre facevo colazione.
Stavo riflettendo sull’immagine idealizzata che spesso abbiamo dei nostri Maestri, o Gurù. Oggi si sta sempre più affermando questa figura di guida spirituale, che dovrebbe avere lo scopo di guidarci in un cammino di consapevolezza, rinascita ed evoluzione. L’idea è quella di una persona in grado di guidarci verso la liberazione (bisognerebbe poi capire anche da cosa). Ma cosa significa essere un maestro? Quali sono i compiti e quali le responsabilità? Purtroppo, oggi come oggi, essere un maestro significa, nella maggioranza dei casi, essere l’ennesimo frutto di dinamiche distorte di potere. Dico questo perché spesso, anziché liberare, crea dipendenza. Come in tutti i rapporti, la causa di tale atteggiamento risiede nell’incontro tra due personalità: quella del maestro e quella dell’allievo / allievi. Da una parte, spesso, come maestro, cerchiamo una persona a cui appoggiarci, che si faccia carico dei nostri problemi, che abbia una sorta di panacea per ogni male; dall’altro il “maestro” viene abbagliato, nel proprio ego, dal potere e dalla devozione che ne derivano. Si crea così un vero e proprio circolo vizioso: una nuova catena che ci tiene ancorati alle illusioni.
Avviene poi, un giorno, che il nostro Maestro cada dal piedistallo che gli avevamo creato: inavvertitamente compie un gesto umano che, in una qualche maniera, ci ferisce o disturba e noi lo uccidiamo. Ciò che ci destabilizza è l’idealizzazione che abbiamo compiuto: “come, un maestro che fa una cosa del genere?” “Si è comportato male!” “Bel maestro … pieno di difetti!” Ricordiamoci che siamo tutti uomini e, come tali, se siamo in questo mondo, è per fare esperienza, per manifestare e riconoscere la nostra personalità e per individuare i nostri limiti e superarli. Non troveremo mai un maestro illuminato, nel senso di Dio in terra (senza contare che, se anche lo trovassimo, probabilmente, non lo riconosceremmo! Ne abbiamo già avuto esperienza), perché siamo tutti qui con uno stesso scopo. Ma se siamo tutti uguali, che senso ha cercare un Maestro? Ha senso nel momento in cui ci rendiamo conto che, pur essendo tutti qui per fare esperienza, ognuno di noi ha delle qualità e dei doni differenti. Vi faccio un esempio: pur essendo tutti con un percorso simile (abbiamo più o meno tutti studiato, costruito una famiglia e un lavoro), non ci occupiamo tutti delle stesse cose, c’è chi sa aggiustare una macchina, chi fare il pane o tagliare i capelli… il “maestro” ha semplicemente approfondito (prima di noi) determinate tematiche e ha una spiccata capacità discriminativa, oltre che l’abilità di farci da specchio. In più consideriamo che è come una catena, in cui ognuno di noi è un’anella: il maestro a sua volta avrà un maestro che lo ha guidato e così via, senza un inizio ne una fine, così come noi saremo maestri per qualcun altro. E’ come un albero genealogico.

Nella mia esperienza ho incontrato tanti Maestri (o presunti tali, a volte) che mi hanno sempre insegnato qualcosa, permettendomi di crescere. Non ho mai rinnegato un insegnamento, perché vi è sempre da imparare, si tratta solo di vederlo e accoglierlo. E’ importante, secondo me, imparare a non idealizzare, ricordarci che quella che abbiamo di fronte è sempre una persona, alla fine un nostro pari, e che come tale può insegnarci qualcosa, ma sicuramente non è infallibile. Personalmente vi consiglio di diffidare da chi troppo si elogia (il detto dice: chi si loda si imbroda), queste sono personalità spesso fuori controllo, per quanto anch’esse abbiano da insegnare qualcosa. La mia esperienza mi ha portato a selezionare come Maestri persone con una tendenza umile, che mai si proclamano gurù (semplicemente perché non ve n’è bisogno), persone che non hanno paura di mostrarsi oltre una fittizia maschera di perfezione, che non devono dimostrare niente.

Il compito del maestro, dicevo, non è quello di creare nuovi dogmi, ma di spingerci a guardare dentro di noi, di trovare le nostre risposte, di infonderci la fiducia nel nostro sentire (dopo averlo allenato). Ecco allora che la libertà può diventare quella di essere responsabili delle proprie scelte di vita, di vivere secondo il proprio sentire e pensare, non secondo schemi imposti dall’esterno. Ma quindi perché ho voluto intitolare questo articolo con la celebre frase “Se incontri il Buddha per la strada, uccidilo!”? Perché ritengo che, quando incontriamo un Maestro (qualsiasi sia la sua natura), l’intelligenza naturale della vita ci porti ad ucciderlo: a volte (come detto più sopra) attraverso la delusione di un’aspettativa infranta, altre attraverso un processo di crescita e maturazione. Osservate la vostra vita, sin dalla tenera infanzia: prima avevate bisogno di sostegno per stare in piedi e camminare, poi avete iniziato a correre da soli… la vostra prima bicicletta aveva forse le ruotine per farvi stare dritti, ma ora sfrecciate e, magari, vincendo il tour de france! Avevate bisogno di qualcuno che vi insegnasse a leggere e scrivere e ora siete dei romanzieri affermati… Ecco allora che avete ucciso i vostri maestri per vivere liberi in questo mondo. Noto ora scrivendo, tra l’altro, un altro particolare interessante: avete notato che (soprattutto a livello corporeo) tali sostegni hanno sempre il compito di insegnarci a stare eretti? Anche questa è una bella metafora! Quindi, per concludere, ricordatevi che si può sempre cadere, il fallimento non è mai un errore bensì un arricchimento e abbiamo, quindi, l’abilità di rialzarci e andare avanti.

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